Creativity Inside

Il metodo creativo

The Apprentice: Ma una mappa mentale, no?

Posted on | gennaio 20, 2014 | No Comments

“Dovete imparare ad allacciarvi le scarpe da soli. Non sapete neanche vendere un panino. Le teorie del fumo non vi serviranno a niente nella vita pratica”.

Flavio Briatore

La nuova edizione di The Apprentice è iniziata. Gli aspiranti “apprendisti” dovranno dimostrarsi reattivi, agire correttamente sotto pressione e saper lavorare efficacemente in team. Nella prima puntata i 14 concorrenti della seconda serie del programma di Sky alla ricerca del prossimo dipendente a sei zeri di Flavio Briatore si sono sfidati in una prova (anche) culinaria. Sono stati divisi in due squadre, uomini contro donne, e posti fuori dal circuito automobilistico di Monza nel giorno delle qualifiche con due classici camion per la vendita di panini. Il budget di 2mila euro serviva a coprire le spese per le materie prime e per la promozione. Le donne hanno avuto la meglio con un guadagno di 800 euro, mentre gli uomini hanno suscitato l’ira del Boss Briatore guadagnando soli 380 euro.

Il Boss, come si fa chiamare Briatore, può riprendere a inferire e atteggiarsi a insindacabile leader come nella prima fortunata edizione. Ad uno dei concorrenti che usava termini quali pricing e marketing riferendosi alla strategia nella scelta del tipo di panino da vendere sul camioncino fuori all’autodromo, Briatore urla: “Parla come mangi. Fai colazione o breakfast? Mi parlate di marketing per una roba che, se mando un bambino di tre anni e mezzo, fa meglio di voi. Vendere dei panini. Io voglio dei manager, non dei svenditori. Avete fatto una concorrenza sleale a gente che è lì da anni e vive di quello. Se io avevo uno di quei baracchini ve lo giravo sulla testa. Tutti i fenomeni che pensate di essere tutti quanti vi butto fuori tutti. Io vi mando a fanculo a tutti quanti”.

The Apprentice mi aveva già (negativamente) colpito nella prima edizione. Il fatto che ci siano ancora leader “tradizionali” di successo in giro non può stupire affatto. Quel che stupisce è il modo in cui alcune persone, preparate e in gamba, siano disponibili a farsi trattare per aggiudicarsi un contratto a sei cifre, proprio alle dipendenze di Briatore. Certo, non molto da dire sulla pertinenza o meno dei suoi “cazziatoni” (come si dice a Napoli), d’altronde, rispetto ad uno di questi (se mando un bambino di tre anni e mezzo, fa meglio di voi) non ho potuto fare a meno di pensare a quando, da bambini, allestivamo banchetti con oggetti in vendita recuperati qua e là, sulla stradina che portava alla spiaggia, guadagnando qualche moneta. Indagini di mercato, pricing e marketing erano parole ignote e il tutto si traduceva solo in un gioco con guadagno.

 Sono tre i punti sui quali mi vorrei soffermare molto brevemente: il cambiamento della società, il ruolo del leader, le tecniche di gestione di gruppi di lavoro.

In primo luogo il cambiamento della società.

Sono in molti a sostenere che stia nascendo una nuova storia, che attraversa molte diverse discipline, nella quale cooperazione, azione collettiva e interdipendenze complesse giocano un ruolo più importante e il mondo della competizione si riduce. Siamo di fatto entrati in quello che alcuni studiosi definiscono “economia relazionale”. In questo tipo di società che si allontana da stress, iperlavoro, consumo indiscriminato guidato da bisogni indotti e motivazioni estrinseche, esterne alla persona, riprendono spazio le motivazioni intrinseche delle persone: valori, relazioni autentiche, disponibilità all’ascolto e all’apprendimento reciproco, senso di responsabilità. L’amalgama di tutti gli elementi produce creatività, sinergie, scambio di informazioni, aumento della qualità e miglioramento del know how incrociato, ma anche benefici materiali e immateriali.

 Il secondo punto riguarda il ruolo del leader.

L’esperienza di lavoro viene in genere associata a una percezione di pressione, coercizione, fatica, stress. Perché? Un gran numero di ricerche sulle determinanti della soddisfazione per il lavoro mostra che i bisogni relazionali hanno una rilevanza cruciale. La qualità delle relazioni con i colleghi ha un’importanza decisiva per la soddisfazione sul lavoro. Quest’ultima aumenta con l’aumentare della percezione di fiducia tra le persone con cui si lavora e quando le relazioni con i superiori sono percepite come basate sul rispetto, la collaborazione e il sostegno. I lavori più soddisfacenti sono quelli in cui lo stile di comunicazione dei dirigenti è improntato a questi criteri e i contatti interpersonali sono più frequenti.

La gente infelice lavora male. Per lavorare bene è importante sentirsi trattati bene, valorizzati nelle proprie competenze, sentire che il proprio senso di giustizia viene rispettato, che quello che si fa favorisce la crescita personale e del gruppo, che si è degni di fiducia, e che si può avere fiducia nelle persone con cui si lavora.

È chiaro che per creare le condizioni di lavoro ideali, il ruolo del leader è cruciale e, naturalmente, differente da quello, per così dire, tradizionale. Il leader alla Briatore è attento ad avere ragione e vuole ragione, è a una via e aperto a feedback limitati, mantiene l’ordine in un sistema chiuso; un leader “creativo” è attento ad essere vero e spera di avere ragione, è interattivo e aperto a critiche illimitate, prende rischi in un sistema aperto, solo per trattarne alcuni aspetti.

 Il terzo punto che merita attenzione è quello legato alle tecniche di gestione dei gruppi di lavoro.

Su questo, vi rimando ai numerosi articoli di questo blog www.creativityinside.com ma, giusto per dirne una, una semplice mappa mentale avrebbe certo aiutato i due gruppi ad aggiungere un po’ di creatività alle loro scelte e a creare un clima maggior collaborazione.

Stupisce che nelle università italiane ancora non si presti attenzione a questi strumenti di lavoro di gruppo.

Gaetano Fasano

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